Matera celebra il ritorno alle origini di Arisa, premiato il videoclip nel paese fantasma di Craco

Il Matera Film Festival celebra l’eccellenza lucana e quest’anno lo fa premiando Arisa, figlia di Pignola per il videoclip Nuvole. Sul palco, l’artista ritrova la sua terra e la sua gente, mentre il direttore creativo del Festival — e del videoclip — Silvio Giordano ricostruisce la genesi di un progetto che nasce da un’intuizione antica e insieme futuribile, sbocciata inizialmente all’Expo di Osaka dalla ricerca di alcuni oggetti insoliti — una madonnina, lo specchio della madre di Giordano, la testa di una bambola, un libro, delle forbici — trasformati poi in elementi allegorici in scena.

Giordano spiega come tutto sia iniziato da suggestioni generate con l’intelligenza artificiale: immagini primordiali, embrioni visivi che hanno dato forma alle prime atmosfere del video. Nonostante la fascinazione iniziale per gli effetti speciali, il risultato appariva ancora troppo frivolo, incapace di reggere il confronto con la magia della natura.

È la scelta di Craco, la città fantasma teatro dello spopolamento lucano — già nota esuggerita in passato a Terry Gilliam — a dare al progetto la sua anima: un luogo ferito, sospeso, che in Nuvole diventa canto e scenario emotivo, una speranza che germoglia nel dolore.

Arisa si muove tra le sue rovine come un’attrice dentro la propria intimità: una sposa senza festa, fragile e luminosa, come i fiori che porta tra le mani. Nella chiesa senza tetto la camera guarda in verticale, verso una luce che dilaga dalle nubi: un’invocazione, un inno alla donna, un sussurro di conforto e di coraggio.

Per accedere ai luoghi più nascosti, Arisa stessa si fa “cittadina”, chiede aiuto allea nziane del paese, guida la troupe tra porte sbarrate e chiese proibite, ricorrendo — come racconta lei sorridendo — a metodi “creativi”, a volte veri e propri scassinamenti pur di raggiungere l’inquadratura desiderata. Sul palco, l’artista offre poi un momento inedito e intimo: la rivelazione dell’origine dell’ultimo verso del brano, il più simbolico, quello che chiude Nuvole con una promessa di liberazione. “Io ci impasterò il pane per la libertà” nasce infatti da un ricordo d’infanzia.

“Mia madre, quando ero ragazzina, mi diceva sempre: mi raccomando Rosalba, devi essere indipendente”, racconta Arisa. E aggiunge: “La cosa che dobbiamo ricercare tutti è l’indipendenza: mentale, emotiva, ma soprattutto — per stare bene, può sembrare venale ma — quella economica. Io personalmente ho seguito i consigli di mia madre e, grazie a Dio, a 43 anni sono una donna libera”.

Il pubblico ascolta commosso, poi la saluta con un’ovazione. Così Nuvole, canzone-manifesto di emancipazione e libertà femminile, trova a Matera il suo compimento: un ritorno alle radici, un racconto visivo e umano che lega Arisa alla sua terra, alle sue ferite e alla sua forza, e accompagna per mano tutte quelle donne che credono di non farcela.

Nicola Lutrelli, La Repubblica – Bari